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Commissione Economia della cultura
 
 
 
 

ECONOMIA E CULTURA: ELOGIO DI UNA STRANA COPPIA

La cultura è ciò che rimane dopo che si è dimenticato tutto quello che ci si era prefissi di imparare
(J.C. Powys, The meaning of culture, 1929)

Parlando di economia della cultura occorre, innanzitutto, fissare il perimetro del campo di osservazione e questo può essere fatto seguendo due cerchi concentrici. Il primo deriva da una definizione in senso stretto del settore e comprende il patrimonio culturale (tutela, conservazione, restauro, valorizzazione, gestione), le biblioteche, gli archivi, lo spettacolo dal vivo (teatro, musica, opera, danza), la produzione e distribuzione dell’arte (nelle arti visive, sceniche, musicali, letterarie, architettoniche, ecc.). La seconda definizione è, invece, più ampia. Comprende, accanto alle attività già citate, le industrie culturali: editoriale, dell’informazione, cinematografica, discografica. Oltre questi confini, poi, non si può non sottolineare la crescente importanza, per l’intero settore culturale, delle industrie delle comunicazioni e dell’audiovisivo, le quali da un lato offrono nuove reti di distribuzione per prodotti culturali, e dall’altro veicolano verso il settore culturale una rilevante domanda di fornitura di beni e servizi.
    
I beni e le attività culturali costituiscono una quota importante e crescente dell’economia nazionale segno di un’aumentata sensibilità sull’argomento. Gli investimenti in cultura alimentano circoli virtuosi di profonda crescita non solo sociale ma anche economica. La leva fiscale può essere un ulteriore stimolo nonché un prezioso strumento al mecenatismo in ogni sua possibile declinazione e all’impiego di capitali. Il ruolo dei commercialisti, al centro di quell’incrocio tra sapere e fare, così come quello dei professionisti in genere, risulta fondamentale in quello che è e sempre più sarà un settore trainante del nostro Paese: l’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di una Milano che è cuore, epicentro e fulcro delle industrie culturali e creative italiane non poteva non testimoniare un impegno dei propri iscritti destinato a essere sempre più marcato e incisivo.
Il rapporto tra economia e cultura è quello di una strana coppia da cui può nascere il meglio o il peggio a seconda che l’accento sia posto sul messaggio che si cerca di trasmettere o su pretese speculative immediate e consistenti. Economia e cultura che assieme racchiudono tutto ciò che è umano, con pregi e difetti, come spirito e materia. Perché ognuno di noi è la cultura che rappresentiamo, cultura che si muove grazie all’economia. Economia che, a sua volta, può assumere carattere virtuoso solo se sostenuta da una forte cultura.
La cultura è un bene diverso dagli altri. Ha aspetti fortemente immateriali e assolutamente personali. È fatta di memoria e di passione. È, per propria natura, in perenne mutamento. L’economia che la sostiene e che ne è a sua volta alimentata non può non considerare questo aspetto così peculiare. Non può pensare allo stesso modo se si parli di penne o di libri.
Negli anni abbiamo assistito a una serie importante di fenomeni:
•    un progressivo drenaggio dei finanziamenti pubblici per la cultura
•    una crescente partecipazione popolare, la sharing economy, che ha trovato applicazione anche nel settore culturale
•    il frequente abbandono della ricerca della massimizzazione dei profitti quale unico obbiettivo delle imprese. Olivetti disse che la fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti, deve distribuire ricchezza, cultura, servizi e democrazia e oggi, dopo cinquant’anni, possiamo finalmente osservare il crescente interesse delle imprese al tema della soddisfazione e alla sua relazione con il reddito, che ha portato alla loro applicazione alla responsabilità sociale, all’eticità dei bilanci e dei comportamenti
•    il cambiamento della scala dei valori, quindi. Il senso profondo della sostenibilità che ha condotto, ad esempio, alla nascita di fondazioni private di livello internazionale o al capillare lavoro del mecenatismo privato a sostegno alle attività culturali.
Come la cultura ha la necessità di ricercare costantemente nuovi riferimenti, così l’economia deve ricercare i propri per restare al passo con la consapevolezza dell’importanza sia sociale che materiale della cultura. Senza cultura non c’è progresso e il conseguente pensiero unico è un fattore di impoverimento, esclusione e disuguaglianza.
Sergio Mattarella ha scritto che la cultura è il nostro sguardo verso il domani. Senza cultura saremmo dominati dal presente, dal contingente. E saremmo meno liberi. Come società anche molto meno competitivi. La cultura ha quindi bisogno di attenzioni e cure costanti e non può prescindere dalle professioni come queste non possono prescindere dalla cultura in cui possono trovare opportunità e rilievo. Perché le professioni sono fatte di persone e delle loro storie, di idee basate sull’esperienza, di ragione e fantasia, di conoscenze in movimento. Di cultura, appunto.
In questo panorama è nata la Commissione Economia della Cultura dell’ODCEC di Milano con un duplice importante intento.
La Commissione intende innanzitutto promuovere la cultura della cultura tra i colleghi perché rimaniamo convinti che sia la cultura a dare un senso a tutti noi e a ciò che i numeri raccontano. Che conoscerne le regole, anche quelle economiche e legali, sia importante così come aiutare a operare con competenza e tranquillità in un settore, complesso, articolato e ampio, sia un’opportunità che sarebbe incongruo non cogliere.
Il secondo e ancor più profondo impegno, poi, è di carattere sociale, un contributo reale verso un Paese migliore.
Il nostro sistema produttivo culturale (SPC) produce un valore aggiunto di quasi 90 miliardi di euro, pari a più del 6% del PIL e offre lavoro a quasi a un milione e mezzo di persone (dati Fondazione Symbola 2016).  Ogni euro prodotto in cultura ne genera quasi altri due (e altri posti di lavoro) e in un Paese in cui l’industria non può reggere la concorrenza di Paesi più flessibili, in cui la disoccupazione (giovanile e non) fatica a rientrare entro parametri fisiologici, in cui le risorse naturali non abbondano e dove la struttura geografica non aiuta, questa capacità di produrre ricchezza, economica e immateriale, non dovrebbe esser cosa di poco conto.
Il ruolo dei Commercialisti, soprattutto a Milano che della Cultura è capitale viva e propositiva, assume una rilevanza sociale e di proposizione politica. La concentrazione di conoscenze economiche, legali, finanziarie e strategiche, la capacità di pensiero laterale e, contemporaneamente, di prospettiva di cui siamo capaci ci rendono naturali attori in ogni settore produttivo, ci pongono nella posizione dell’osservatorio migliore da cui avere una più che necessaria visione d’insieme. In un Paese come il nostro in cui esiste sovrabbondanza di eredità culturali, di progetti attuabili in questo settore, di sensibilità e interesse il nostro Ordine deve impegnarsi in primo piano a costruire un sistema culturale moderno, efficiente e trasparente con proposte concrete da portare al vaglio della Politica.
Il ruolo dei Commercialisti deve partire dalla fotografia ragionata della cultura nel nostro Paese per descriverne l’andamento dei consumi, le tendenze della domanda e dell’offerta al fine di elaborare politiche e strategie risolutive così come per elaborare soluzioni per rimuovere i troppi ostacoli e le troppe inefficienze che frenano ancora il completo sviluppo del settore.

A chi rivolgersi per

Segreteria Commissioni

Micaela Ventola
commissioni@odcec.mi.it
Tel 02-77731120
Fax 02-77731156

Componenti

    • CRISTINA QUARLERI
      (Delegato)
    • FRANCO BROCCARDI
      (Presidente)

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